Noi, le cinque sorelle Song

scritto da R. E. Harlow
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Autore del testo

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Autore del testo R. E. Harlow
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biografia narrativa basata sulle fonti storiche disponibili. La voce corale e i dettagli sensoriali sono ricostruzioni letterarie, usate per restituire umanità alle sorelle Song senza tradire i dati documentari.
- Nota dell'autore R. E. Harlow

Testo: Noi, le cinque sorelle Song
di R. E. Harlow

Noi fummo cinque sorelle.

Prima ancora che la corte ci chiamasse “maestre”, prima che i nostri nomi entrassero nei registri della dinastia Tang, prima che gli uomini scrivessero di noi come di un caso raro, eravamo bambine nella casa dei Song, a Qingyang, nella prefettura di Bei.

I nostri nomi erano Song Ruoshen, chiamata anche Ruoxin, Song Ruozhao, Song Ruolun, Song Ruoxian e Song Ruoxun.

Alcune date sarebbero rimaste più chiare di altre. Ruozhao nacque nel 761. Ruoxian nel 772. Di Ruoshen si sarebbe ricordata soprattutto la morte intorno all’820, il governo dei registri di palazzo e il legame con il Nü lunyu. Di Ruolun e Ruoxun, invece, la storia avrebbe lasciato quasi soltanto il nome, come se certe vite fossero passate troppo in fretta davanti agli occhi degli annalisti.

La nostra casa non era una casa di guerrieri, né di mercanti, né di donne destinate soltanto a ornare stanze altrui. Era una casa di libri. Nostro padre, Song Tingfen, veniva da una stirpe di studiosi confuciani. La memoria della famiglia viveva nei testi, nelle citazioni, nell’odore secco dell’inchiostro, nel fruscio del pennello quando toccava la carta.

La mattina, prima che il calore riempisse le stanze, sedevamo davanti ai testi. Le maniche sfioravano il tavolo basso. La luce entrava obliqua dalle finestre, e la polvere sembrava muoversi lenta sopra le righe. Nostro padre pronunciava i passi dei classici, e noi li ripetevamo. A volte la voce era sicura, a volte tremava. Bastava un errore perché Ruoshen, la maggiore, ci guardasse con quella severità che da bambine ci sembrava dura e che più tardi avremmo riconosciuto come una forma di amore.

Le cronache dissero che nostro fratello era stolto, non adatto allo studio. Lo dissero con una crudeltà che gli uomini riservano spesso a chi non corrisponde alle loro aspettative. Di noi, invece, dissero che eravamo intelligenti. Nostro padre ci insegnò ciò che molti avrebbero riservato ai figli maschi: i classici, la storia, la poesia, la prosa, il modo in cui una frase può reggersi o cadere, il modo in cui un carattere scritto può contenere un destino.

Prima ancora di essere adulte, sapevamo comporre.

Non eravamo libere nel senso in cui qualcuno, molti secoli dopo, avrebbe potuto immaginare la libertà. Eravamo figlie della nostra epoca. Sapevamo che una ragazza doveva imparare a camminare con misura, parlare senza eccesso, abbassare lo sguardo quando necessario, custodire il nome della famiglia come si custodisce una lampada dal vento. Ma proprio perché conoscevamo quelle regole, capivamo anche quanto fosse prezioso ciò che nostro padre ci aveva dato.

Una donna istruita vede meglio le pareti della stanza in cui vive.

Ruoshen fu la nostra prima maestra. Era la maggiore, e portava quel ruolo non come privilegio, ma come peso. Ci correggeva senza indulgenza. Se una di noi recitava male un passo, la fermava. Se una frase era sciatta, la faceva riscrivere. Se il pensiero era debole, lo smontava con poche parole. In lei c’era una fermezza che poteva sembrare fredda, ma sotto quella superficie viveva una convinzione profonda: il sapere non era ornamento, era disciplina morale.

Ruozhao, la seconda, aveva un’altra forza. Dove Ruoshen esigeva, lei ordinava. Prendeva un pensiero e gli dava forma. Sapeva rendere chiaro ciò che era confuso. Sapeva ascoltare i silenzi delle persone, le esitazioni, le intenzioni non dette. Questa sua capacità, più tardi, sarebbe diventata preziosa nel luogo più difficile di tutti: il palazzo.

Fra tutte noi, Ruoshen e Ruozhao furono ricordate per una qualità particolare: lo stile. Le fonti dissero che i loro scritti erano limpidi, eleganti, raffinati, lontani dalle mode vistose. Non cercavano l’effetto facile. Non inseguivano il rumore delle parole. Scrivevano con una sobrietà che, per la nostra epoca, era anche una virtù morale: la bellezza non doveva gridare, doveva reggersi da sola.

Ruolun, Ruoxian e Ruoxun crescevano con noi, nella stessa luce, nello stesso odore d’inchiostro, nello stesso timore di sbagliare davanti ai testi. La storia avrebbe conservato poco di Ruolun e Ruoxun, quasi soltanto i nomi, come se una vita diventasse vera solo quando un cronista decide di fermarla. Ma noi sappiamo che non è così. Una sorella non scompare perché gli annali tacciono. Una voce non smette di essere esistita solo perché non è stata copiata.

Quando arrivò per noi l’età in cui molte ragazze venivano promesse in matrimonio, scegliemmo una via diversa.

Dicemmo ai nostri genitori che non volevamo sposarci.

Non lo dicemmo come una sfida urlata contro il mondo. Non avremmo avuto le parole, né forse il diritto, per farlo. Lo dicemmo nel linguaggio che la nostra epoca poteva comprendere: volevamo portare onore alla famiglia attraverso lo studio. Non attraverso un marito. Non attraverso figli generati in una casa altrui. Attraverso la conoscenza.

Era una frase devota, ma dentro aveva una lama sottile.

Rifiutare il matrimonio significava uscire dal percorso più previsto per noi. Significava non diventare mogli, non entrare nella casa di un altro uomo, non essere misurate soltanto dalla capacità di servire suoceri, marito e discendenza. Significava restare figlie dei Song e, allo stesso tempo, diventare qualcosa che non aveva un nome comune.

Fu in quel periodo che la nostra fama letteraria cominciò a prendere forma.

Alla maggiore, Ruoshen, la tradizione attribuì il Nü lunyu, gli Analetti per le donne. Era un testo modellato sugli Analetti confuciani, ma rivolto alle donne. Ruoshen prese la forma di quel libro antico, la forma delle domande e delle risposte, dei maestri e dei discepoli, e la piegò verso un mondo femminile. Al posto della voce maschile del saggio, mise una figura femminile, Lady Song Xuanwen; al posto dei discepoli, altre donne. Era come se anche le stanze interne, quelle dove le donne imparavano a vivere secondo regole severe, potessero avere la loro scuola, le loro domande, la loro dottrina.

Nella versione più antica si parlava di dieci capitoli; più tardi, quando l’opera entrò nel canone dei Nü sishu, i Quattro libri per le donne, circolò anche in una forma più ampia, di dodici capitoli. Le frasi erano brevi, regolari, spesso costruite in versi di quattro caratteri: parole fatte per essere ricordate, ripetute, insegnate.

Secondo la tradizione, Ruozhao commentò il testo della sorella. Oggi gli studiosi discutono l’attribuzione e la storia dell’opera: alcuni parlano di Ruoshen come autrice e Ruozhao come commentatrice, altri pensano a una collaborazione, altri ancora ritengono che l’opera sia stata attribuita loro in seguito. Ma nella memoria che ci seguì nei secoli, quel libro rimase legato ai nostri nomi.

Il Nü lunyu chiedeva molto alle donne. Chiedeva purezza, castità, modestia, controllo del corpo, misura della voce, separazione tra interno ed esterno, obbedienza ai genitori, ai suoceri, al marito. Diceva che una donna non doveva girare la testa mentre camminava, né ridere troppo forte, né alzare la voce nell’ira. Era un libro severo, nato da un mondo severo.

Eppure, sotto quella severità, c’era una contraddizione.

Il testo non immaginava la donna come una creatura vuota. Le chiedeva di essere intelligente, capace, educata, ordinata, diligente. Le chiedeva di governare la casa, istruire i figli, ricevere gli ospiti, conservare le risorse, correggere con delicatezza il marito quando sbagliava. La donna era subordinata, sì; ma proprio perché il suo compito era considerato fondamentale, doveva possedere forza, memoria e giudizio.

Questa fu una delle grandi contraddizioni della nostra vita: scrivemmo, o almeno trasmettemmo, parole che insegnavano alle donne a contenersi; ma la nostra stessa esistenza mostrava che l’intelligenza femminile non poteva essere contenuta del tutto.

Poi venne l’anno 788, il quarto anno dell’era Zhenyuan.

Li Baozhen, alto comandante dello Zhaoyi, sentì parlare di noi. In alcune memorie, noi e nostro padre lo incontrammo a Shangdang; in ogni caso, fu lui a raccomandarci all’imperatore Dezong. Da quel momento, la nostra vita smise di appartenere soltanto alla casa dei Song.

Fummo convocate a corte.

Ricordiamo il viaggio come un passaggio tra due mondi. Dietro di noi restava la casa paterna, con il suo silenzio familiare, le tavolette, i testi, le correzioni di Ruoshen. Davanti a noi c’era il palazzo: porte dentro altre porte, cortili levigati, voci trattenute, passi di funzionari, il fruscio delle sete, l’odore di legno, pietra, polvere e profumi. Ogni cosa sembrava più grande di noi. Ogni gesto aveva un peso. Anche respirare sembrava richiedere misura.

L’imperatore ci mise alla prova.

Ci interrogò sulla poesia, sulla prosa, sui classici, sulla storia. Non eravamo lì per cantare, né per mostrare il volto, né per diventare ornamento del desiderio imperiale. Eravamo lì per rispondere. E rispondemmo.

Dezong rimase colpito.

E accadde ciò che rese la nostra storia diversa da molte altre storie di donne entrate nel palazzo: non ci trattò come concubine. Non ci collocò nel linguaggio del possesso, ma in quello del sapere. Ci chiamò “xueshi xiansheng”: studiose, maestre.

A corte, quando l’imperatore componeva versi con i funzionari, ci voleva presenti. Quando si discuteva di poesia, anche le nostre parole potevano essere ascoltate. Quando serviva istruire le donne del palazzo, le principesse, forse anche chi sarebbe diventato sovrano, i testi tornavano nelle nostre mani.

Nostro padre ricevette un incarico e onori grazie a noi. Fu nominato a Raozhou e ottenne una residenza e provvigioni. Così il voto fatto nella casa di Qingyang si compì: avevamo portato fama alla famiglia non attraverso il matrimonio, ma attraverso l’apprendimento.

Ma la corte non era un luogo puro.

Il palazzo poteva brillare al sole del mattino, con i tetti curvi e le vesti colorate, ma sotto quello splendore vivevano paura, rivalità, ambizione. Le parole viaggiavano più veloci dei passi. Un favore poteva diventare sospetto. Una vicinanza al trono poteva proteggere o distruggere. In quel luogo, l’intelligenza era una forza, ma anche un rischio.

Ruoshen assunse la responsabilità dei registri e dei documenti interni del palazzo. Dal settimo anno di Zhenyuan, il 791, il suo nome fu legato alla custodia di note, conti, registrazioni, libri. A chi guarda da lontano, un incarico simile può sembrare silenzioso. Ma nessun registro è davvero innocente. Dentro i registri vivono nomi, entrate, uscite, memorie, decisioni. Chi scrive non governa apertamente, ma conserva ciò che il potere vuole ricordare.

Gli anni passarono.

I volti cambiarono. Gli imperatori cambiarono. La corte rimase uguale solo nella sua instabilità.

Ruoshen morì intorno all’820, negli ultimi anni dell’era Yuanhe. La corte non lasciò il suo nome cadere subito nel silenzio: le diede il titolo postumo di Dama di Henei, come se anche la morte dovesse riconoscere la disciplina con cui aveva custodito i registri del palazzo. Con lei se ne andò la sorella maggiore, la guida severa, la prima custode della nostra disciplina. Ma il suo nome non si spense. Il Nü lunyu continuò a circolare.

Nei secoli successivi, quel piccolo libro non rimase confinato alla Cina. Attraverso i Quattro libri per le donne, contribuì anche all’educazione femminile ortodossa in Corea e in Giappone. La nostra voce, nata in una casa della prefettura di Bei, attraversò corti, scuole, famiglie e frontiere.

Questa è una fama dolce e amara. Dolce, perché la voce di una donna attraversò i secoli. Amara, perché quella voce fu spesso usata per insegnare ad altre donne a obbedire.

Dopo Ruoshen, l’imperatore Muzong affidò a Ruozhao i suoi incarichi. Ruozhao divenne shanggong, alta funzionaria del palazzo interno.

Per lei, il palazzo non fu soltanto un luogo da attraversare: fu un mondo da comprendere. Ruozhao conosceva la forza delle parole dette al momento giusto e il pericolo delle parole pronunciate troppo presto. Sapeva quando parlare, quando tacere, quando abbassare lo sguardo e quando sostenere una risposta. La sua intelligenza non era soltanto letteraria; era anche umana.

Quando Muzong era ancora principe ereditario, Ruozhao lo istruì nei classici. Era un compito raro per una donna. Più tardi, gli imperatori Xianzong, Muzong e Jingzong la chiamarono “maestra”. Le donne del palazzo, i principi, le principesse, i consorti imperiali le mostrarono rispetto. A lei venne conferito il titolo di Signora di Liang.

La carica di shanggong non era un semplice ornamento. Nel palazzo interno, una donna con quel titolo poteva controllare servizi, registri, movimenti, comunicazioni; poteva trovarsi vicino alle decisioni, alle nomine, alle richieste, alle parole che arrivavano all’imperatore. Non sempre il potere ha la forma di un editto. A volte ha la forma di una porta che si può attraversare, di un documento che si può vedere, di una frase che si può riferire. Ruozhao, per molti anni, ebbe accesso a stanze dove poche donne potevano entrare come studiose.

Di lei rimasero anche piccoli frammenti scritti: un componimento poetico, un breve testo narrativo, il commento agli Analetti per le donne, una biografia di Niu Yingzhen. Poca cosa, se misurata con l’immensità delle biblioteche maschili; moltissimo, se misurato contro il silenzio che spesso inghiottì le donne.

Ruozhao servì a lungo, attraversando più regni, più sovrani, più stagioni politiche. Vide la grandezza del palazzo e la sua stanchezza. Vide il rispetto trasformarsi in formalità, la formalità in sospetto, il sospetto in rovina. E forse comprese prima di tutte noi che la corte non appartiene mai davvero a chi la abita: appartiene al giorno che viene dopo.

Sulla sua morte, le fonti non parlano con una sola voce. Il Jiu Tangshu la colloca all’inizio dell’era Baoli, intorno all’825; l’epitaffio, invece, dice che morì nel 828, nel palazzo di Daming, a sessantotto anni. A noi resta questa doppia memoria: una data negli annali, una data nella pietra. Entrambe cercano di fermare ciò che la morte porta via.

Il suo funerale fu solenne. Alcuni elementi furono degni delle più alte donne del palazzo. Anche da morta, Ruozhao non fu trattata come un’ombra qualsiasi.

Dopo di lei, secondo gli annali, il compito passò a Ruoxian.

Ruoxian era abile nella scrittura. Sapeva comporre testi, discutere, rispondere. Aveva talento nel ragionamento e nella parola. L’imperatore Wenzong la stimava proprio per questa capacità. Ma se Ruozhao aveva mostrato fino a dove poteva arrivare il rispetto verso una donna istruita, Ruoxian mostrò quanto fragile fosse quel rispetto quando la politica diventava violenta.

Durante il regno di Wenzong, la corte era un luogo di fili tesi.

Gli eunuchi, i funzionari, i favoriti, i ministri: tutti si muovevano come se ogni passo potesse far tremare il pavimento. I nomi degli uomini potenti si urtavano: Wang Shoucheng, Zheng Zhu, Li Xun, Li Zongmin, Li Deyu. Noi donne del palazzo potevamo essere chiamate maestre, ma non vivevamo fuori da quelle lotte. Il potere non risparmia chi gli sta vicino. A volte lo usa.

Ruoxian venne travolta da accuse legate alla corruzione e alla lotta di fazione. Si disse che Li Zongmin, quando era funzionario, avesse fatto passare un favore tramite Shen fuma per ottenere il cancellierato attraverso di lei. Zheng Zhu e Li Xun, nemici di Li Zongmin e Li Deyu, alimentarono l’accusa. Wenzong si adirò. Gli uomini coinvolti furono degradati. Ruoxian fu confinata fuori dal palazzo.

La rovina non colpì solo lei. Tredici persone della sua cerchia familiare furono coinvolte e mandate in esilio oltre i monti Ling. Così la colpa, vera o costruita che fosse, non restò chiusa in un solo corpo: si allargò come una macchia d’inchiostro sull’acqua, trascinando con sé nomi, parentele, destini.

Poi a Ruoxian fu ordinato di morire.

Morì nel 835.

Dopo la caduta di Li Xun, gli annali riferiscono che Wenzong comprese quanto quell’accusa fosse stata costruita e si rammaricò profondamente del talento perduto di Ruoxian. Ma il pentimento di un imperatore non restituisce il respiro a chi è già stato condannato. Può solo restare negli annali, freddo e tardivo, come una lanterna accesa quando la strada è ormai vuota.

Noi sappiamo questo: una donna vicina al potere poteva essere innalzata per la sua intelligenza e distrutta per la stessa vicinanza. Il palazzo che ci aveva chiamate “maestre” poteva ancora trasformarci in strumenti, sospetti, vittime.

Di Ruolun e Ruoxun resta meno. Le fonti dicono che morirono presto, o comunque scomparvero prima di lasciare un profilo netto come quello delle altre. Ma noi non le riduciamo al poco che è stato scritto. Erano sorelle. Erano bambine con noi nella casa di Qingyang. Erano presenti quando decidemmo di non sposarci. Erano con noi quando il nome dei Song venne portato davanti al trono. Anche il silenzio ha un posto nella memoria.

Guardando indietro, la nostra vita appare come una contraddizione continua.

Fummo educate dentro un ordine confuciano, ma proprio quell’educazione ci permise di oltrepassare ciò che molte donne potevano sperare.

Fummo figlie devote, ma scegliemmo di non sposarci.

Fummo autrici, commentatrici o trasmettitrici di un testo che insegnava alle donne obbedienza, ma la nostra esistenza dimostrava che una donna poteva istruire principesse, parlare con imperatori, amministrare registri, lasciare opere, entrare nella memoria dello Stato.

Fummo chiamate “maestre”, ma non smettemmo mai di essere vulnerabili.

Fummo ricordate insieme, ma non tutte con la stessa chiarezza.

Non eravamo ribelli moderne. Non spezzammo apertamente l’ordine del nostro tempo. Non potevamo parlare con parole che non erano ancora nate. Ma abitammo le regole fino al loro limite. Le piegammo quanto bastava per farci spazio.

La nostra libertà non fu una porta spalancata. Fu una fessura sottile.

Da quella fessura passarono il rumore del pennello sulla carta, il respiro trattenuto davanti all’imperatore, il fruscio delle vesti nei corridoi del palazzo, la polvere sui registri, l’odore dell’inchiostro, il freddo della pietra nelle mattine di corte, la voce di una sorella che correggeva l’altra, la paura di sbagliare, il desiderio di essere ricordate.

Eravamo le figlie di Song Tingfen.

Eravamo Ruoshen, Ruozhao, Ruolun, Ruoxian e Ruoxun.

Eravamo studiose della dinastia Tang.

E per un tempo breve, nel cuore dell’impero, la nostra voce fu abbastanza forte da essere chiamata sapere.





BibliografiaFonti storiche principali

Liu Xu ?? et al., Jiu Tangshu ???, vol. 52, “Liezhuan dier: Houfei xia” ???? ???, sezione “Nü xueshi shanggong Song shi” ???????.

Liu Xu ?? et al., Jiu Tangshu ???, vol. 16, “Benji di shiliu: Muzong” ????? ??.

Testi e fonti sul Nü lunyu

Song Ruoshen ??? e Song Ruozhao ???, Nü lunyu ???, trad. ingl. in “Excerpts from Analects for Women”, Asia for Educators, Columbia University.

Theobald, Ulrich. “Nü lunyu ???.” ChinaKnowledge.de: An Encyclopaedia on Chinese History and Literature, 2011.

Four Books for Women ???, voce enciclopedica consultata per il contesto del canone educativo femminile.

Studi moderni

Hinsch, Bret. Women in Tang China. Lanham: Rowman & Littlefield, 2020.

Hinsch, Bret. Women in Ancient China. Lanham: Rowman & Littlefield, 2018.

Wang, Robin R., ed. Images of Women in Chinese Thought and Culture: Writings from the Pre-Qin Period through the Song Dynasty. Indianapolis/Cambridge: Hackett Publishing, 2003.

Yates, Robin D. S. Women in China from Earliest Times to the Present: A Bibliography of Studies in Western Languages. Leiden/Boston: Brill, 2009.

Schede biografiche consultate, Wikipedia

“Song Ruoshen” ???.

“Song Ruozhao” ???.

“Song Ruolun” ???.

“Song Ruoxian” ???.

“Song Ruoxun” ???.

“Song Tingfen” ???.

“Song Ruoshen” ???, voce in cinese.

“Song Ruozhao” ???, voce in cinese.

“Song Ruoxian” ???, voce in cinese.

Noi, le cinque sorelle Song testo di R. E. Harlow
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